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" da qui
Mi domando intanto: Ma questi numeri – un elettore su quattro ha espresso la sua preferenza a M5S – dove li prendono? Se osservo le differenze tra le ultime politiche vedo un grosso calo di Lega, di Italia dei Valori, di PDL e anche PD. Ne deduco che i sostenitori attuali del M5S “prima” erano schierati nelle file di coloro che oggi vogliono cacciare via. E qui per riuscire a spiegare bene quello che penso faccio un salto indietro nel tempo. Di qualche decennio. Mio nonno, antifascista con storie “spesse” da raccontare, me ne ha raccontate tante sulle due guerre, ma una di queste non amava raccontarla. Me l’hanno raccontata altri vecchi del paese. [[MORE]] “Nel 24 ci furono le elezioni nel nostro paese, il regime fascista si era già insediato, ma dopo una riforma elettorale ad hoc, puntava ad un potere “consensuale”. Nel nostro paese si votava nelle scuole elementari ed in questo luogo cominciarono a venire i “volontari” fascisti a “tener compagnia” agli elettori quando si recavano alle urne. Erano una decina di ragazzi e uomini militanti, erano arrivati da paesi vicini. Alcuni, ma pochi, dello stesso paese di mio nonno. Avevano con loro pintoni di vino. Offrivano un bicchiere a coloro che entravano nei seggi, cantavano e si abbracciavano. Il vino ai tempi era cosa molto rara. Spesso si beveva quello di terza spremitura, o si bevevano anche i risciacqui delle botti, dalle mie parti. Offrirne di buono così a gratis oggi sarebbe stato più che da rimborso elettorale! Mio nonno, un ex combattente che era conosciuto come un oppositore del regime appena insediato, aveva ventiquattro anni ed aveva fatto l’Isonzo. Era tornato dalla guerra ed era conosciuto come il “socialista testa calda”. Arrivò al seggio e capì subito la situazione. All’offerta del bicchiere di vino prima di entrare nel seggio oppose un’educato ma fermo rifiuto e lì cominciò a crearsi una certa tensione con i giovani fascisti. Uno di questi alla fine gli disse che vino o non vino, tanto lo sapeva per chi “bisognava” votare. Lui non disse niente. Entrò nella scuola. Espresse il suo voto e intanto anche i fascisti lo avevano seguito dentro all’edificio. Ai tempi, la scheda elettorale bisognava infilarla dentro ad una busta prima di consegnarla. Mio nonno dopo aver votato arrivò al banchetto per consegnarla, ma aveva lasciata aperta la busta. La cosa sorprese tutti, non sapevano come prendere quel gesto. Uno dei fascisti a quel punto gli chiese come mai non l’aveva chiusa per bene. Mio nonno rispose: ” Se sapete per chi bisogna votare, allora leccatela voi la busta per chiuderla”. Si scatenò un parapiglia nel seggio con schede che volavano e banchi e sedie per aria. Per non invalidare tutti i voti e non creare problemi il capo della banda di fascisti ordinò che si lasciasse uscire mio nonno, il quale si ricompose ed uscì fuori tra due ali di sguardi d’odio. Arrivò a casa e disse a mia nonna di prendere il bambino di due anni (mio zio), e di andare subito da sua sorella. Le disse di tornare a casa solo quando fosse venuto lui a prenderla. Lei non chiese niente, prese il bambino e uscì subito. Mio nonno si levò la giacca e la piegò in due, poi prese degli stracci, ci mise una padella dentro e si legò quella specie di giubba antiproiettile sul petto. Andò in camera e prese il moschetto con baionetta, tornò in cucina e rovesciò il tavolo di legno a creare un bunker nell’angolo della stanza. Vi si sistemò seduto dentro. Dopo pochi minuti sentì urla nel cortile della cascina, come aveva perfettamente previsto. Si sentì chiamare dal cortile: ” V ! Ven fora! Ven che l’uma da parlete!” “Cò voli!” urlò mio nonno da dentro. “Voluma fè la bandiera de l’Italia ma ‘n manca el Ros!” (Traduzione per chi non capisce il nostro dialetto: “vogliamo fare la bandiera dell’Italia ma ci manca il Rosso”. Era un modo duplice per dire che serviva sangue e possibilmente di un comunista/socialista). Non rispose. Dopo breve sentì battere alla porta e non rispose di nuovo. Poi la sentì schiantarsi sotto i colpi di un’ascia. I fascisti erano entrati in casa ed i primi due erano arrivati in cucina dove videro mio nonno dietro al tavolo che gli puntava il moschetto addosso. Urlarono che era armato e scapparono tutti fuori. Poi sentirono la voce di mio nonno: “Prima ‘d fè la bandiera col mè sang, la fasu mì col vost!” In quel frangente arrivarono alla cascina altri giovani del paese e persino donne che avevano sentito del fatto capitato alle urne e trovarono nel cortile i fascisti che si organizzavano sul da farsi. Questi, vista la mobilitazione accorsa ad aiutare mio nonno lanciarono ancora qualche minaccia ma poi se ne andarono. Qualcuno disse che furono anche parecchio sollevati per l’arrivo dei “rinforzi” a loro contrari. Se uno di loro fosse entrato di nuovo in quella cucina lo sapevano tutti che ne sarebbe uscito coi piedi in avanti. Andarono via in silenzio pieni di rancore. Con mio nonno avrebbero regolato i loro conti anni più tardi. E qui invece arriva l’unica nota “divertente” di tutta la storia: uno degli accorsi in aiuto di mio nonno, quando i fascisti se ne erano già andati gli urlò di uscire che erano andati via. Lui in tutta risposta rispose: “tant lo savìa che co tì et ieri un de lur! Merdùn!” (trad. tanto io lo sapevo che anche tu eri uno di loro, stronzone!) Mio nonno era convinto che stessero usando un suo amico per stanarlo. Questi offeso entrò deciso in cucina per spiegare bene a mio nonno il granchio che stava prendendo. Il colpo gli arrivò a venti centimetri sopra la testa e lo fece scappar fuori di corsa. La palla di piombo si era piantata nel muro facendo cadere un bel pezzo di calce per terra. Dopo un pò riuscirono a spiegare a mio nonno che era vero che i fascisti se ne erano andati, ma quel suo amico non gli parlò insieme per vent’anni. Tornò a parlargli solo quando mia nonna gli nascose il figlio nel nostro fienile per salvarlo dalle retate del ’44, per evitare che fosse deportato in Germania. Ma questa è tutta un’altra storia.” Anni dopo, nel ’76 mio nonno morì. Per tutta la sua vita non ha amato raccontare questa storia perchè gli ricordava tanti dispiaceri, i “sagrìn”, come diceva lui. E’ stato uno che ha sofferto tanto per colpa del fascismo. Lo ha vissuto tutto, dall’alba alla fine, e sempre, sempre, ha avuto problemi con quel regime. Ha perso amici, parenti. Ha visto scene brutte prima, durante e dopo la caduta del regime. Ha rifiutato l’arruolamento nella seconda guerra, è scappato in Francia, è tornato, è riscappato in Veneto e poi in Yugoslavia, poi è tornato per la Resistenza. Una vita, una vita. Tante storie brutte, alcune belle, poche. Le ha raccontate, alcune in aule pubbliche, da anziano, con me seduto vicino che ero piccolo e lo ascoltavo e avevo quella manona sulla testa. Ne ha viste anche altre, come gente ex camicie nere indossare fazzoletti rossi, e quelle ce le ha raccontate solo a noi. Per spiegarci come funzionava l’Italia, diceva. Ma per tutta la sua vita, parlando delle guerre e dell’Italia, aveva sempre detto che gli italiani erano come le bandiere: “i colori son sempre gli stessi e vanno dietro al vento”. Oggi, quando vedo che uno su quattro ha aderito ad un movimento nuovo che gli offre la possibilità di cambiarsi d’abito capisco ancora di più le parole di uno che piuttosto di baciare una bandiera che non lo rappresentava più si sarebbe fatto ammazzare dentro la cucina di casa sua. Dopo la seconda guerra, negli anni cinquanta mi raccontano che commentava i risultati delle elezioni e diceva: “ma tutte quelle folle di fascisti, dove son finite?” Io lo capisco che i grillini vogliano cambiare il mondo come nella canzone di Paoli, e che oggi al bar siano molti di più di quattro, ma si ricordino bene che tra loro ci sono anche quelli che prima – finchè avevano le pance piene e i posti sicuri al caldo, e magari si facevano assumere dallo Stato in cambio di un voto, per mettersi in mutua subito dopo… – votavano altri, e partecipavano alle manifestazioni di altri, e sostenevano quel mondo che oggi disprezzano. Che lo guardino bene il loro vicino al corteo o al comizio, provino ad immaginarselo quando sfilava per quelli contro cui oggi urlano insieme. Sono tanti, sono troppi per esser tutti dei puri di cuore! Ed il grave è che si spacciano per esserlo! Non parlano con i “contaminati”, non negoziano le poltrone, non fanno parte della casta, vogliono fare la rivoluzione! Il giorno in cui avranno il 51% come si comporteranno con chi potrà avere dei dissensi? Lo tacceranno di ignorante che non ha capito “il verbo”? Io temo molto chi vuole governare solo avendo una maggioranza assoluta. Mi sa di elezioni del 24. Capisco che ce l’abbiano con delle persone esponenti di un mondo complesso e corrotto, ma si ricordino bene di levarsi il cappello quando si troveranno dentro ad un Parlamento, perchè un Parlamento è un posto che è stato conquistato con fiumi di sangue umano. Non è arrivato per caso, il Parlamento. Guai, guai, a chi insulterà la democrazia evitando di confrontarsi, anche con quelli che non sopporti, che vorresti vedere rovinati e dimenticati. Persino quelli che l’hanno minata nel profondo li devi ascoltare, se sei stato eletto con questo mandato. La legge elettorale migliore è quella che costringe al confronto ed al dialogo, se questo è portato avanti da persone responsabili! Oggi i tempi son stretti per colpa dei mercati! I mercati! In uno Stato dignitoso i mercati aspettano che la democrazia si esprima, non che il mercato vuole un governo in fretta! Per colpa di questi “mercati” non voglio mica esser io stesso mercanzia! Non voglio trovarmi un giorno un banchetto davanti alle urne dove mi offrano vino prima di votare. Vorrei evitare di rinchiudermi asserragliato a difendere la mia libertà di pensiero e di esistenza con un moschetto in mano con tanto di baionetta per vendere cara la pelle fino all’ultimo. E se verrà il giorno in cui dovesse insediarsi un sistema totalitario fatto solo di persone correttissime e super intelligenti e che faranno solo cose giustissime, beh allora sarà arrivato il momento per me di dire qualcosa di stupido, di essere scorretto, e di fare cose molto sbagliate. Io oggi quel moschetto ce l’ho ancora. E’ avvolto dentro ad una bandiera dell’Italia, in fondo ad un baule pieno di cimeli bellici, scarponi, calzettoni, casacche e mutandoni dell’esercito regio e non… Ci sono libri e libercoli vecchi, fogli di giornale, pallottole arrugginite. Ci sono coperte e sacchi ripiegati. Lettere. Tantissime lettere che io aprii solo una volta anni fa per trascriverle e poi mai più. Sono i simboli di un uomo dei tempi passati che ha vissuto con le armi in mano per metà della sua vita e lo ha fatto per restare libero. E’ la prima e l’unica volta che scrivo quello penso sul fenomeno M5S. L’ho fatto raccontando una storia qui, perchè mi sa di luogo libero. Spero e mi auguro che il mio pensiero sia arrivato limpido. Un saluto a tutti voi. Guido Laremi. (scusate, è uno pseudonimo, è il personaggio di un libro che mi era piaciuto molto). "

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no, vaffanculo tu.:  

repost integrale perchè va letto TUTTO

(via orticariavaria)

(via palomahaller)